Max Manfredi mi aveva colpito qualche anno fa, con il suo capolavoro “Luna persa”. Solo alcuni artisti, con il passare del tempo sono come il buon vino, che invecchiando prende nuovi “sapori e sfumature”, e Max decisamente è un “buon vino invecchiato”. Oltre ad essere rimasto colpito per la sua arte di far musica, mi ero anche molto divertito ad intervistarlo (leggi l’intervista), perché è una persona molto intelligente e sottilmente ironica.

Oggi voglio scrivere un po’ della sua ultima “creatura”: Dremong.

Voglio mettere subito le carte in tavola e chiarire che per me si tratta di un altro capolavoro, capace di “accarezzare” l’orecchio dell’ascoltatore con le note e le parole, cosa assai difficile nel panorama musicale italiano contemporaneo. Max è un “alchimista” del linguaggio che sembra voler celebrare ogni singola parola, e come un “alchimista” che si rispetti infrange le comuni regole, per dar vita a qualcosa di unico e magico.

L’album si apre con “Intro Dremong”, voci e suoni che introducono alla canzone che segue, che è appunto “Dremong”. Il viaggio ha inizio. La solitudine dell’orso nelle vette del Tibet, braccato dai cacciatori della bile, che trova il ritmo di una ballata. “Disgelo” invece è un tango d’amore ai tempi moderni. “Diadema” è struggente tanto è bella e pare tremare alla luce di una candela mentre racconta la sua storia. “Notte” è una canzone crepuscolare, decisamente evocativa… “Finisterre” ha un bel ritmo popolare, che a mio avviso richiama il folk ellenico, capace di accompagnare perfettamente il racconto quasi “picaresco”… “Rabat Girl” è una virata molto interessante nella musica elettronica, contaminata da suoni arcaici. E’ un pezzo che esalta la capacità di Max di spaziare tra vari generi. “Piogge” è decisamente un pezzo “bagnato”, che riesce a trasmettere perfettamente l’immagine della pioggia che scende dal cielo, sui giorni malinconici. “Inutile” è un bellissimo pezzo prevalentemente, per violino, chitarra e percussioni, interpretato in modo fantastico da Max. “Sangue di Drago”, è decisamente un sirtaki, nel quale il sangue di drago è come un talismano, che accompagna la danza di un ubriaco… Con “Il Negro”, Max continua a raccontare un’altra storia de “Il regno delle fate”. “Sestiere del Molo” è un pezzo rock, mentre “Anni Settanta” è un lento. L’album si conclude con un capolavoro: “Le Castagne Matte”, che vi confesso è il pezzo che mi è piaciuto in assoluto di più.

Un album da non perdere!

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