L’album di Max Manfredi “Luna Persa” è un capolavoro. Per fortuna nel deserto della musica italiana c’è ancora chi riesce a sorprendere, che non si adegua alle regole della “piattezza” e della musica “caciotta/tormentone”. Per fortuna c’è chi come Max non fabbrica gli album, ma con calma come un artigiano che conosce i segreti dell’alchimia, con tutta la forza di chi guarda il mondo con occhi sinceri, l’incanto di chi è veramente ispirato, riesce a dare vita ad una straordinaria creatura discografica.
Testi profondi, di denuncia, raffinati, ironici, vibranti, che raccontano sentimenti, briciole di storie e società di ieri e di oggi, tra vigore e nostalgie… e come un saltimbanco sberleffa tutto quel mondo agonizzante e perduto nel “rincoglionimento” ipnotico e massmediatico.

L’album si apre con una filastrocca “Au clair de la lune”, per seguire con “L’ora del dilettante”, un pezzo molto bello di denuncia che mette in evidenza come sia grottesca e priva di senso la lotta per sopravvivere nella società moderna… una società alla deriva e schiava dei massmedia, figlia dei reality e dell’arrivismo, tra ubricature di esibizionismo e la pateticità di chi è solo capace di osservare un minuto di silenzio per questo mondo imbarazzante che non ha più fede… nemmeno per l’ora del dilettante… ma è scarso un munito… non c’è tempo… bisogna darsi da fare… bisogna arrivare, sfondare una porta… la storia la fanno i vinti, ma la scrivono i vincitori e nel continuo show dove tutto è esteriorizzato, chi da sempre ha torto ora è il padrone…
L’album prosegue con “Il regno delle fate” un delicato affresco di un attimo nel tempo e senza tempo, tra tocchi fatati di pianoforte e gocce di visionarietà, avvolti in delicate carezze di viole… ma è un affresco che spezza il cuore perché racconta storie di rivalse utopistiche… le storie di tutti quegli invisibili oppressi nel nostro sistema senza valori… a volte c’è troppa polvere negli occhi per vedere…
Interessante il nottambulo tango “Terralba Tango” per voce e contrabbasso. L’album poi cambia nuovamente genere e si distende quache istante nella bellissima “Retsina”, pigra e dolce ballata per poi virare con “Libeccio” dove schegge di vita e paesaggi vengono raccontati tra chitarre e nacchere. La fragilità di “Quasi” è disarmante nel raccontare una storia lasciata a metà… per fuggire nella balcanica “Zimbalom” mentre ormai è arrivata “Aprile”, una canzone dove Max narra di tutte quelle “bambine” che una volta cresciute attendono il “principe azzurro” ed invece trovano solo l’amore che non fantastica, capace di prendere e mai dare… piano, piano tutto diventa stanchezza, prigionia per sprofondare nel rancore con il passare dei mesi, delle stagioni, degli anni…
Improvvisamente si viene travolti da “Il morale delle truppe” nella quale un militarismo cieco e stolto organizza la vita delle persone ed organizza le guerre per non annoiarsi nella quiete della pace… “Il treno per Kukuwok” l’undicesimo pezzo è una piccola meraviglia… una stazione immaginaria dove il popolo dei pendolari può lasciare scalpi e scalpori… Il dodicesimo pezzo di oltre 12 minuti ci fa perdere nel buio di una pulciosa pensione, nella quale l’innocenza e il diritto/dovere di sognare ad occhi aperti nell’adolescenza, si consuma, si brucia nella sopravvivenza… L’ultimo pezzo è un duetto… Che emozione riascoltare De Andrè nella bellissima “La fiera della Maddalena” (che ho scoperto essera una preziosa chicca del 1994 e rieditata per questo album).

L’album “Luna Persa” si potrebbe definire “rebetiko” per la tematica delle canzoni… storie di invisibili, storie d’amore, problemi sociali, disagi e molto altro, tutto raccontanto e cantato in modo passionale, a volte triste e a volte ironico o scherzoso.

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