Orecchie progettate per catturare melodie, zampe che marcano multigroove e una proboscide polifonica: sono le caratteristiche che rendono unico Elephant Claps, sorprendente progetto musicale che fa il suo esordio discografico con un album, omonimo, in uscita il 14 aprile 2017.

Sei i volti che cavalcano questo curioso pachiderma e che si affidano esclusivamente alle loro voci, senza necessità alcuna di altri strumenti, per comporre e proporre la propria musica. La sfida è dimostrare come aria, pressione e corde vocali siano più che sufficienti per disegnare un universo colorato di suoni afro-funk-jazz.
Un soprano, un mezzo soprano, un contralto, un tenore, un basso e un beatboxer sono dunque gli unici ingredienti di un gruppo a cappella che non si limita ad armonizzare melodie ma si comporta come se fosse una vera e propria band.

C’è il timbro jazz di Mila Trani e Serena Ferrara, regine di loop station e improvvisazione vocale. C’è la voce calda di Naima Faraò, soul woman del gruppo. C’è Gian Marco Trevisan, che posa la sua fidata chitarra per stupire come tenore. C’è il groove di André Michel Arraiz Rivas, la beatbox che fa marciare il pachiderma. E poi c’è Matteo Rossetti, basso naturale con un’estensione vocale da gigante qual è.

Tutti noi passiamo diverso tempo a giocare con la voce e a sperimentarne le potenzialità come se vivessimo in una fase infinita di lallazione”, spiegano i protagonisti di Elephant Claps, immersi ancora oggi in quel processo di sviluppo e di sperimentazione del linguaggio che proviamo tutti da bambini ma che poi accantoniamo col passare degli anni. Loro no, perché Elephant Claps sa che la voce è il più grande strumento musicale che esiste, oltre che un gioco meraviglioso.

I nostri pezzi nascono spesso da un’idea ritmica, o da una frase senza senso, e prendono forma dopo lunghe improvvisazioni e infinite risate. In fase compositiva abbiamo imparato ad ascoltarci, a comunicare e a creare un nostro sound. Quando improvvisiamo incolliamo le nostre voci, sappiamo anticipare quello che farà l’altro e ci inseriamo laddove manca qualcosa, per creare equilibrio”.

L’ultima canzone del disco, Warm up, testimonia esattamente quel che accade quando Elephant Claps improvvisa: la traccia non è un brano vero e proprio ma un momento di riscaldamento della band registrato in presa diretta.
Ci piaceva l’idea di condividere il nostro processo creativo. Mentre cantavamo non sapevamo cosa sarebbe successo ma siamo arrivati a una conclusione con un senso”.
Un approccio che la band propone spesso anche dal vivo, quando improvvisa seguendo il flusso delle emozioni e gli impulsi che arrivano dal pubblico.

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