Il disco si apre con un pezzo intitolato “Unused theme (from C’era una volta in America)”. Un brano non utilizzato nella colonna sonora definitiva del bellissimo film di Sergio Leone. La mia mente ha iniziato a viaggiare… sono stato trasportato in un vecchia soffitta, piena di strumenti musicali e “cianfrusaglie” di vite passate; con una piccola finestra sulla città. Un piccola finestra per sbirciare un grande spazio… Il primo pezzo è proprio questo… una sbirciata, curiosa, nostalgica e malinconica su un mondo più vasto, fatto di immagini, colori e ricordi.
Ecco che gli strumenti della soffitta, si animano e prende vita il secondo pezzo “Tradition”. Caotico all’inizio, come solo una fanfara può essere, il pezzo trova la sua pittorica musicalità lungo il suo tragitto, per diventare un bellissimo jazz, con le note che vengono dipinte con pennellate decise e passionali sulla tela dello spartito.
Nel terzo pezzo, “Chavalh”, gli strumenti passano dalla passione intensa e quasi gridata del precedente brano, alla sensualità di un bolero. “I heard it over the radio”, è un acquerello dai colori giallo-bruno come il bistro… ma il bistro è anche una tipologia di bar dove poter gustare degli antipasti, magari mentre si chiacchiera con un amico e questo brano è decisamente adatto per una conversazione mentre si spizzica qualcosa.
“My yiddishe momme”, il quinto pezzo del cd, porta ancora più lontano. Conoscevo la versione degli anni ’20 cantanta da Sophie Tucker, ma devo dire in tutta sincerità che questa mi affascina molto di più. Il brano, secondo me, simboleggia la partenza dal “vecchio mondo” per arrivare al “nuovo mondo”, dove trovare nuove speranze. La malinconia del pezzo è struggente e non mi vergogno di scrivere, che mi sono commosso durante l’ascolto.
“Little Lees (Louise)”, il sesto pezzo è un omaggio a Cecil Taylor, uno straordinario pianista e poeta americano. Dal free jazz di “Little Lees (Louise)”, si passa ad una bellissima preghiera musicata, “Sabbath Prayer”, per arrivare all’ottavo pezzo con “Hava Nagila (Come let’s be happy)”, un classico sapientemente re-inventato, ma poco travolgente per le mie orecchie nostalgiche (non me ne abbia Zeno per questo commento).
Del nono pezzo “Bei mir bist du shoen” , del quale conoscevo la versione delle Andrews Sisters degli anni ’30, devo dire che è semplicemente straordinario ! È un brano che mi fa pensare ai film noir francesi. Molto elegante nell’esecuzione.
Il penultimo pezzo, I’ll always be yours (Mie zol zain fur dir)” ha la capacità di portarci nei sobborghi di una grande metropoli, dove strani personaggi popolano le vie con il loro fardello di storie di vita. L’ultimo brano inevitabilmente, “My heart belongs to daddy” mi riporta alla soffitta dalla quale sono partito, nel mio viaggio immaginario. Alla malinconia e nostalgia iniziale, si è sostituita l’allegria e la voglia di continuare a sbirciare dalla piccola finestra, la città.

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