Conosco Domenico Imperato da alcuni anni ed in particolare ricordo una notte al Bellavista, quando in stato di grazia eseguì un pezzo bellissimo con i Caja Sonora, del quale però non ricordo il titolo, ma ricordo tutte le emozioni provate nell’ascolto.
Un po’ di giorni fa, del tutto casualmente mi è capitato di sentirlo su Messenger. Gli ho fatto i complimenti per l’album “Postura Libera” e lui mi ha ringrazio e molto umilmente mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto scrivere una recensione. Gli ho risposto che oramai non scrivevo più recensioni musicali, in quanto impegnato in altro, poi però, mentre chattavo con lui, mi sono ricordato quella serata al Bellavista e la grande umiltà di Domenico e così eccomi qui a scrivere, di quello che la sua musica, crea in me…

“Postura Libera” è un po’ come le favelas brasiliane, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città… così come la “carriera” musicale di Domenico costruita con fatica, sempre ai margini. “Postura Libera” è, almeno per me, un disco favela, nel quale gli occhi di Domenico, eterno bambino ai margini, canta e narra la semplicità e la magia della vita… proprio di quella vissuta costantemente ai margini, dove agli occhi dei molti (stolti ed ipocriti) c’è povertà, mentre agli occhi di pochi, c’è tutto un mondo incredibile e mistico, governato da emozioni e colori differenti, con miliardi di sfumature, che girano e girano, come nel pezzo “Gira”, per arrivare freneticamente a “Frutta tropicale”, una danza molto ritmata, che si può adottare nelle giornate di tristezza e noia, tanta è la forza e il ritmo trascinante. In “Riposa” si viene portati con grazia in una poesia interiore, ricercata e delicata, per poi approdare in “Muscoli ai remi”, una favola raffinata di storie e sudore, capace di far perdere l’ascoltatore in ogni piccolo dettaglio… e mentre il vento soffia arriva “Postura Libera” il pezzo che da il titolo all’album. Un piccolo capolavoro, che anticipa la delicatissima “Lua Nova” cantanta in portoghese, e tratta da una poesia del poeta Rogerio Noia da Cruza. In “Sud” delicatissimo pezzo per piano, voce e violino, ho avuto la sensazione di un “ritorno”. Per chi come me è abituato a viaggiare spesso, capita di aver voglia di tornare o meglio di “ritornare” ai propri luoghi e affetti… e “Sud” mi ha emozionato proprio perché il “ritorno” è qualcosa non solo di fisico, ma anche di spirituale…
Come scrivevo qualche riga sopra, Domenico è un eterno bimbo ai margini e come un bambino ricorda la tragedia che ha colpito L’Aquila nel 2009, e lo fa con la dolcissima “L’Aquila” adattata dal romanzo “Le Città Invisibili” di Italo Calvino. Domenico, con gli occhi immaginifici di un bimbo, racconta la città infelice che al suo interno nasconde e contiene un cuore di città felice, che, a volte, nemmeno sa che esiste, ma che continua a vivere e resiste, grazie ad un filo invisibile che collega i suoi abitanti…
In “Madre mare”, dalla tranquillità de “L’Aquila” si passa alla tempesta del mare, cadenzata da un contrabbasso tipicamente jazz che però richiama anche alcune sonorità afro. L’ultimo pezzo dell’album “Yoruba nagô”, è solo strumentale per pianoforte e violoncello ed è “un ponte di congiungimento” tra la favola, ciò che è popolare e la poesia, ciò che è più ricercata.

Un album da non perdere.

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